Cadono di vertigine: C.S.I., l'ultima frontiera

CSI: E' stato un tempo il mondo
Analisi dell'opera di Donato Zoppo
"La fine del Novecento storico, il crollo delle ideologie, l'ultima propaggine della antica terra d'Europa sono la cornice di questo battesimo: quando tutto sta finendo, dinanzi ad incertezze e aspettative, un baluginio bianco elettrico ridefinisce il rock italiano."
Dicembre 2019. In una fredda sera invernale, a casa di un amico con cui si stavano pianificando dei concerti per l'anno successivo, rivelatosi poi l'annus horribilis ad eccellenza per la musica emergente e per l'attività da vivo, ci capitò quasi per caso di soffermarci, girando su YouTube, su un brano di nome In Viaggio, targato da una band che non avevo mai sentito prima di quel momento: i C.S.I.
Sarà stato per la stanchezza o per le fantasie dei vent'anni, non so, quel brano mi piacque e, come solitamente faccio quando qualcosa mi risulta gradito, andai ad approfondire la discografia di questo gruppo. Scoprii così l'esistenza, negli anni Novanta, di questo "collettivo" di musicisti abbastanza unici: gli ex CCCP Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, gli ex Litfiba Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, ritrovai Giorgio Canali e Ginevra Di Marco, ideatrice di Stazioni Lunari e già moglie di Magnelli.
La stessa struttura del gruppo, tra l'altro, mi piacque al punto che pensai di prendere spunto per un'idea che mi frullava nella testa da un po', idea che un annetto dopo mi portò poi a fondare con alcuni amici Il Maestrale. Ma questa è un'altra storia.
Ko de mondo: i presupposti
Ma veniamo al punto: il brano prima citato appartiene al primo album dei CSI: Ko de mondo
Questo qui, in particolare, non è un album in senso stretto. E' l'album di un passaggio: dai CCCP ai CSI, dalla giovinezza alla maturità. Non è solo storia della musica, è il racconto di come si impara a invecchiare senza arrendersi. È la fine della giovinezza urlata, quella dei "fedeli alla linea" che si ritrovano tra le macerie di un muro crollato, stanchi e forse un po' incazzati con un mondo che cambia troppo in fretta sotto i piedi.
Negli anni Novanta non c'era più bisogno di urlare, c'era bisogno di guardarsi dentro.
E così arriva il ritiro in Bretagna, in quel "finis terrae" dove il mare picchia forte. Non è stata una vacanza, ma una sorta di esilio spirituale per capire chi fossero diventati.
Ko de mondo nasce lì, tra il vento e il silenzio. È l'inizio della maturità, il momento in cui la rabbia si trasforma in riflessione e la musica diventa un gesto di cura, un supporto tangibile per chi, come loro, cercava un nuovo baricentro. Non è un disco perfetto perché segue una ricetta, ma perché è fatto di quegli sprazzi momentanei di verità che illuminano il percorso.
Tessitura di un album
"In casa si era strutturata una sorta di prassi compositiva legata agli orari del risveglio di ognuno"
E' con questo clima che procedono, in quella tenuta del Prajou, i lavori di tessitura di un album "scommessa". Scommessa per il gruppo e per la casa discografica.
E' un caos. Ma non un caos improduttivo. E' un caos dove ciascuno ha il proprio ruolo (e il proprio carattere), e ha consapevolezza dello stesso. E' in questo luogo che la caparbietà di qualcuno si confronta con la calma e la necessità di intimità di qualcun altro, senza mai cercare di sopraffare o di imporre la propria idea. Nessuno di loro, ricorderà, poi, momenti di tensione particolari.
Rabbia, compassione e gloria perduta sono le componenti di tutte le menti associate, che osservano disilluse la realtà attraverso la lente deformata dalla ricerca di suoni e parole che evochino delle immagini oltre che sensazioni palpabili.
Sono queste, e non altre, le caratteristiche che renderanno unico il lavoro che ne verrà fuori.
Ko de mondo risulta, come anche sottolineato più volte dall'autore del libro preso in analisi, un avvertimento: è necessario saper mettere alla berlina l'immaginario distorto dell'occidente (come accade in Celluloide, Home Sweet Home) e quel "non fare di me un idolo, mi brucerò" che suona come il più iconico degli avvertimenti.
Considerazion finali
Sfogliando queste pagine, si ha la sensazione di entrare finalmente in quel casolare in Bretagna, non più come osservatori distanti, ma come invitati al capezzale di un'epoca che finisce e di un'altra che sboccia. La forza di questo racconto corale sta proprio nell'intreccio dei ricordi: dalle riflessioni scarificate di Ferretti e Zamboni alle testimonianze tecniche e umane di Maroccolo e Magnelli, fino all'occhio privilegiato di chi, come Guglielmi e Harari, ha saputo leggere tra le righe di quel cambiamento.
Grazie alle immagini di Martinez e Cuoghi, il mito di Ko de mondo si spoglia della sua sacralità per farsi carne, polvere e luce, offrendoci un archivio emotivo indispensabile. È un libro che non si limita a documentare un disco, ma celebra quel coraggio raro di sapersi reinventare quando tutto sembra perduto, lasciandoci tra le mani la bussola definitiva per orientarci nel cuore profondo del rock d'autore italiano.
